Bob Marley, il Profeta della musica

In vista del 40esimo anniversario dalla morte di Bob Marley, 11 Maggio 1981, tengo molto a ricordare un importante personaggio storico, definito “il Profeta della musica”. Di come nonostante venga demonizzato per l’uso di marijuana, simbolo di molti murales e foto raffiguranti Marley, sia riuscito dalla povertà a farsi strada e a inviare un messaggio di uguaglianza, sfidando i ricchi e originando una vera e propria massa pronta a seguirlo.


Robert Nesta Marley, nasce il 6 febbraio del 45 a Nine Mile, Giamaica, in un contesto familiare molto povero, dal matrimonio fra un capitano della marina e una donna giamaicana. La relazione creò subito scandalo, e Norval, il marito, e dovette diseredare il figlio. Viaggiando molto gli era impossibile vivere con la famiglia, e per un primo momento la manteneva economicamente a distanza, ma successivamente la abbandonerà partendo per Kingston nel 44.
Bob conoscerà il padre solamente alla nascita, e non lo rivedrà più per un improvviso infarto che lo colpì all’età di 70 anni; e nonostante la madre lo ricordi come un bravo uomo, Bob conserverà sempre un rifiuto verso di lui, sostenendo di non aver mai avuto un papà.

Marley era vittima di pregiudizi razziali viste le sue origini miste, e di questo ne fece una riflessione sulla sua identità che sarebbe durata tutta la vita, specialmente nel momento in cui, all’età di 12 anni, si trasferì in un sobborgo di Kingston, da lui descritto come un posto di degrado e disperazione.
In queste baraccopoli molto popolate non mancavano dei sentimenti di rivolta da parte dei giovani neri che vivevano in condizioni di emarginazione, come Bob. Questi ragazzi, i rude boys, manifestavano il loro dissenso verso la cultura e l’ordine con provocazioni e piccoli crimini, che Marley non sosteneva e incitava tramite canzoni ad assumere atteggiamenti più pacifici.

Di fatti, a Bob, non servivano crimini o altro per inviare un messaggio, a lui bastava la musica alla quale ebbe modo di avvicinarsi con il rock provocatorio di Elvis, il soul di Sam Cooke e la musica country. Armonie a cui Marley si interessò subito, a tal punto da costruirsi da solo una chitarra a cui sarebbe rimasto fedele fino all’incontro con Peter Tosh, possessore di una chitarra acustica malridotta. Successivamente i due, assieme a Neville O’Riley Livingston, fonderanno il primo nucleo dei “Wailers”, che tradotto significa “coloro che si lamentano”.

Album, concerti e belle parole portarono quel ragazzo del terzo mondo in alto, e la fama non cambiò minimamente la sua idea e il suo stile di vita. Bob era amato in patria, in particolar modo grazie alle opere di beneficienza che faceva, dove circa tremila persone ricevevano degli aiuti economici dall’artista.

Nel 1977 notò una ferita all’alluce, e pensando di essersela procurata durante una partita a calcio, sport che seguiva molto, ignorò il tutto. In un’altra partita però, l’unghia si staccò, e una diagnosi rivelò un tumore maligno all’alluce, che seguì con l’amputazione dell’unghia stessa.
Nei seguenti anni Marley organizzò dei tour e incise altri due album, Survival, con forte significato politico, e Uprising, ricco di concetti e significati religiosi, dove è contenuta Redemption Song. Questo però, sarà il suo ultimo lavoro, visti i peggioramenti della sua malattia e l’inutilità dell’operazione all’alluce citata prima.
Dopo alcuni svenimenti e malesseri fisici, i medici si accorsero che il cancro era ormai arrivato in tutte le parti del corpo, anche vitali come cervello e stomaco.

Il 23 settembre 1980 tenne il suo ultimo concerto, allo Stanley Theater a Pittsburgh, e immediatamente dopo si recò a Monaco per un consulto medico riguardo la malattia. Con ormai ben poco da fare e i giorni contati, Marley passò i suoi ultimi giorni di vita in ospedale, dove pronunciò a suo figlio Ziggy le ultime parole “Money can’t buy life” (“i soldi non possono comprare la vita”), e lasciò questo pianeta all’età di 36 anni.


Mi sono trattenuto molto su certi argomenti, perché credo sia giusto dare importanza anche a dei piccoli dettagli che hanno indubbiamente cambiato la vita di questo grande artista, cambiamenti che in qualche modo ha portato anche a noi.
Al suo funerale parteciparono 40.000 persone, e rivedendo i video sembra di assistere all’addio di un Re, e indipendentemente da quanto possa piacervi il reggae, probabilmente un Re lo è stato davvero.

Ecco qui alcuni brani di Bob Marley.

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