Storie di Design: Polaroid SX-70

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La Polaroid SX-70 è un vero e proprio pezzo d’arte, viene considerata ancora oggi una delle macchine fotografiche più belle mai create, nonché uno dei simboli di maggior successo della Polaroid. È stata la prima reflex istantanea della storia e la prima fotocamera ad utilizzare la nuova pellicola a stampa integrale di Polaroid, che si sviluppa automaticamente senza il necessario intervento del fotografo.

Il nome SX-70 era in realtà la parola in codice usata da Land, a dir la verità usata un quarto di secolo prima della SX-70 Land Camera, per il suo primo progetto di fotocamera a pellicola istantanea, e sta a significare 70th Special Experiment.


Polaroid produceva già delle fotocamere istantanee dal 1947, anche se erano molto diverse da quelle che ci vengono in mente quando parliamo di Polaroid oggi. Le pellicole, erano composte essenzialmente da due strati attaccati, dopo che la foto veniva scattata, la pellicola doveva essere estratta e separata in due: “negativo” da buttare e “positivo” la fotografia vera e propria.

Queste pellicole avevano però diversi problemi, più o meno gravi, ed è proprio per risolvere questi problemi che intorno alla metà degli anni sessanta partì il “Progetto Aladdin”, ribattezzato fin da subito col nome SX-70, che, come scritto sopra, era molto caro a Edwin Land. Il progetto mostrò i suoi frutti il 31 Dicembre del 1965, giorno in cui Alfred Bellows e Leonard Dionne arrivarono a sviluppare il primo prototipo di pellicola SX-70 istantanea a colori, dando vita così al “formato Polaroid” che tutti noi conosciamo, caratterizzato da una fotografia quadrata contornata da un bordo bianco più spesso in fondo.

Edwin Land nel 1972 mentre mostra la nuova pellicola SX-70

Una volta nata la rivoluzionaria pellicola serviva però un’altrettanto rivoluzionaria fotocamera per soddisfare il sogno di Land, ovvero il sogno di creare una macchina fotografica comoda, di dimensioni compatte, che facesse uscire una fotografia sviluppata in poco tempo a colori, premendo un solo pulsante. Così Land si presentò da Dick Wareham, uno dei suoi migliori ingegneri, con una scatola di legno di quelle usate per contenere penne pregiate spiegando l’idea che aveva per l’SX-70:

La macchina dovrà avere queste dimensioni, il fotografo la terrà in mano verticalmente e spingerà l’otturatore; perché di queste dimensioni? Perché entra nella tasca del cappotto, e così la potrai portare sempre con te.

La progettazione di questa particolarissima macchina fotografica si rivelò più difficile del previsto, e dopo un anno e mezzo di lavori, il team di sviluppo mollò il progetto. Land però non perdeva mai la fiducia nelle sue idee, e quindi decise di cambiare tutto e creare una single lens reflex camera o SLR in un corpo macchina pieghevole.

Per fare questo Land si rivolse alla Henry Dreyfuss Associates di New York, azienda con cui Polaroid aveva già collaborato in passato, sfornando alcune delle più iconiche macchine fotografiche della Polaroid, tra cui: La Swinger, la Polaroid Big Shot e appunto, l’SX-70. Al fondatore della Polaroid, Edwin Land, Dreyfuss piaceva perché, spiegava, “non conosceva niente che non potesse essere fatto“, inoltre condivideva a pieno la filosofia di Dreyfuss secondo cui “la macchina più efficiente è quella costruita attorno a una persona“.

L’SX-70 richiese lo sviluppo di nuove tecnologie, escogitate dagli scienziati, dai chimici e dai designer: Come sostituire il pesante ed ingombrante prisma presente nelle tradizionali reflex con un leggerissimo sistema di 4 lenti ottiche in vetro, uno specchio e una lente Fresnel, esposizione e messa a fuoco automatica.

Completavano il sistema ottico due feritoie per correggere l’astigmatismo, uno specchio sferico in plastica, un oculare anch’esso sferico e un altro specchio grande quanto la pellicola da impressionare. Il tutto era articolato in modo da seguire il movimento del telaio della macchina quando veniva aperta o chiusa.

Si stima che Polaroid per sviluppare l’SX-70 abbia speso circa 750 milioni di dollari.

Il prodotto venne rivelato il 25 Aprile 1972, giorno dell’annuale meeting Polaroid, in un’entusiasmante presentazione, Edwin Land preparò una presentazione quasi teatrale, salì sul palco, estrasse la macchina dalla tasca del cappotto, l’aprì e diede prova del duro lavoro svolto negli anni di sviluppo, scattando 5 fotografie istantanee in meno di 10 secondi, cosa impossibile da fare con le precedenti macchine, lasciando tutti stupefatti.

Dulcis in fundo, il packaging, per la Polaroid SX-70 venne pensato anche un particolare imballaggio, la macchina veniva venduta al cliente in una scatola bianca minimalista, decorata soltanto dal logo Polaroid e da una descrizione del prodotto acquistato posizionata in alto a destra, il packaging venne affidato a Paul Giambarba, mentre per lo spot televisivo, realizzato da Charles e Ray Eames, venne ingaggiato Laurence Olivier, il più noto attore inglese del periodo, che fece la sua prima ed unica apparizione in una campagna pubblicitaria.

La Polariod SX-70 venne immessa sul mercato verso la fine del 1972 con un prezzo di 180$ (circa 950$ attuali) e una cartuccia di 10 pellicole veniva a costare circa 6,90$, una cifra molto importante che non impedì a Polaroid di venderne 700.000 unità in un anno e mezzo.

Non fu solo un successo commerciale, ma diede il via ad una rivoluzione culturale. Artisti in svariati campi intuirono il potenziale dietro alle nuove pellicole istantanee e le usarono per i loro progetti rendendo Polaroid ancora più famosa nel mondo, fra questi possiamo citare: Ansel Adams, Helmut Newton, Mary Ellen Mark, Andy Warhol, Walker Evans, Peter Beard e Robert Frank.

Addirittura la NASA equipaggiò i suoi astronauti impegnati nelle stazioni Skylab 3 e 4 con la SX-70 per eseguire esperimenti sulle caratteristiche della luce solare a differenti orbite.

Negli anni successivi la macchina fu riproposta in due versioni rivedute, aggiornate e migliorate, e continuò la sua avventura fino al 1981, quando la macchina venne tolta dal mercato dopo 9 anni di onorato servizio.

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